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Ecopolis' story

pubblicato 13 dic 2009, 00:43 da A S   [ aggiornato il 9 giu 2011, 00:09 da Angelo SORO ]

**** Capitolo 1 ****


Antefatto.

Probabilmente è un bar. Probabilmente è una mattina di giugno (forse luglio) del 1989.

Sicuramente sono due personaggi che non cercano autori. Egidio e Peppino.

Rumori di tazzine e cucchiaini si confondono con il getto fresco dell'aria condizionata. La macchina del caffè lavora a pieno ritmo. Il ragazzo dietro il bancone si agita fra tazzine e cornetti. Magro e nervoso. I capelli neri, legati dietro la nuca, formano una coda lunga un palmo. Suo padre sbuca improvvisamente dal laboratorio e ricarica di cornetti il vassoio quasi vuoto sul bancone.

Egidio. Pantaloni grigi con risvolto. Camicia sbottonata fino alla seconda asola, polsini ripiegati sugli avambracci, capelli grigi pettinati ordinatamente all’indietro. Occhiali scuri sul naso coprono gli occhi. Gira il caffè e guarda lontano, verso la piazza che s’intravvede alle spalle di Peppino, in piedi di fronte a lui.

Peppino. Jeans, camicia blu e maglietta della salute blu. Capelli ancora neri, con qualche venatura grigia, segno degli anni. Un ciuffo si arriccia poco sopra l’orecchio destro. Gli occhiali hanno una bella montatura dorata con lenti da sole sfumate che lasciano intravedere gli occhi azzurri.

Gira il caffè bollente usando la punta del cucchiaino. Non vuol sciogliere tutto lo zucchero. Un cucchiaino scarso, n'antecchia. Il caffè dev'essere amaro. Ma non troppo.

Giornata calda, iniziata con le palpebre pesanti. Il lastricato della piazza scotta e rimbalza una luce bianca. Sembra un grosso faro adagiato per terra, che emana luce e calore. Una luce accecante. Poca gente in giro.

- Nient’ancora dalla Curia?

- No, Peppì, niente ancora. Anche se ancunacosa s’ha move. Gli ho spiegato che la cosa è seria e che il prezzo ci interessa. Ma loro mica c’hanno fretta, Peppì. È stato lì fermo per cent’anni. Che gliene frega a loro !

- Ma manco una risposta ? Manco a’dice ‘na cosa. Pure a fare finta … ‘nzomma Aggiùd’ io dico che ci dobbiamo andare a parlare ‘nzemm’. Secondo me dobbiamo insistere. Non hanno capito che cosa dobbiamo fare. Mica ci dobbiamo fare un casino ! Mica dobbiamo mettere le donne a battere ! Un residence dobbiamo fare !

Peppino guarda dentro la tazza che fuma. Beve il caffè in due brevi sorsi. Si asciuga le labbra con un fazzolettino di carta.

Trascorrono circa dieci secondi.

In quel tempo, sospeso, Peppino guarda Egidio. Segue i suoi movimenti solo con gli occhi. Ha la bocca ancora a forma di “e”:  l’ultima lettera di “fare”. L’ultima parola che aveva pronunziato. Aveva assunto una posizione strana, quasi ingobbita: spalle alzate, braccia leggermente discoste dal busto e mani aperte. E un’espressione del volto che indicava attesa. Con la “e” ancora stampata sulla bocca. Fare.

Peppino legge quella “e”, solleva le sopracciglia e parla lentamente

-    Amm’ a scì, Peppì, amm’ a 'ggì cra’ !


Forse questa scena non è mai avvenuta e forse i nostri due amici non hanno mai bevuto un caffè insieme. L'immaginazione porta spesso a romanzare anche i fatti più semplici, arricchire i pensieri e trasformarli in immagini quasi vere. Li posso ancora vedere, Egidio e Peppino, in quel bar, nella fresca penombra.
Questa conversazione, asciutta, intensa, tra due personaggi che non perdono tempo e non hanno tempo da perdere, può risultare incomprensibile a chi non conosce gli attori. A chi, magari, abita in Ecopolis da qualche anno. Ma Egidio e Peppino hanno veramente immaginato di costruire qualcosa su una distesa di terra. Erano solo campi di grano, in principio. Ora sono Ecopolis.
Ma prima di poterla chiamare Ecopolis c'è ancora tanta acqua da far scorrere sotto i ponti.  



Terreno brullo.

Nel 1990, il 26 gennaio, La Cogem SpA, Giuseppe Spagnuolo e l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, stipulano un contratto di compra-vendita di un terreno. Prezzo dichiarato: due miliardi e mezzo di lire.

L'Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Matera-Irsina è stato costituito dal Vescovo di Matera e Irsina in attuazione dell'articolo 21 della Legge 222  del 1985 (sone le norme sugli enti e sui beni ecclesiastici, approvate dalla Santa Sede e dal Governo Italiano nel 1984).


Prima della nascita dell'Istituto, per garantire delle entrate alla maggior parte dei vescovi e dei parroci, c'era un meccanismo molto complesso.
Al loro "ufficio pastorale" (l'incarico nella Chiesa) erano legati dei benefici (terreni, edifici...) che davano dei redditi. Siccome spesso questi redditi non bastavano, lo Stato elargiva un assegno integrativo, la cosiddetta "congrua".
Non che lo Stato italiano fosse in vena di regali. Le travagliate vicende del Risorgimento avevano causato l'incameramento di molti beni ecclesiastici. In un certo senso, secondo la Chiesa, lo Stato non faceva altro che "restituire" quanto aveva tolto.
Nel 1929 il Concordato Lateranense tra Stato italiano e Chiesa cattolica (i famosi “Patti Lateranensi”) non aveva fatto altro, a grandi linee, che confermare questo sistema.
Intanto, però, per la Chiesa cattolica arriva il Concilio Vaticano II (1962-1965) e tutti, Chiesa e Società, conoscono importanti cambiamenti di mentalità e sensibilità e, diciamo così, sentono il bisogno di eliminare ogni possibile confusione.
I rispettivi rappresentanti si siedono allora attorno a un tavolo e alla fine, nel 1984, firmano gli Accordi di revisione del Concordato.
Con la revisione i vecchi benefici di ogni diocesi finiscono all'Istituto  Diocesano per il Sostentamento del Clero (IDSC), che li amministra e ne destina i redditi al mantenimento economico dei sacerdoti.

Per far tutto ciò, l'Istituto dispone di un patrimonio costituito da case e terreni pervenuti dagli ex benefici ecclesiastici, da donazioni o lasciti di buone persone.

Tra questi c’era anche il terreno acquistato dai nostri amici, Egidio e Pippino.


... continua ...



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